Amor nello specchio


Scene:   Marco Rossi
Musiche (a cura di):   Paolo Terni

Personaggi - Interpreti:
Florinda - Mariangela Melato
Bernetta serva - Alvia Reale
Guerindo - Mauro Malinverno
Coradella servo - Stefano Moretti
Sufronio - Giovanni Battaglia
Silvio figlio - Francesco Colella
Testuggine servo - Dino Conti
Orimberto, uomo di Palazzo - Sergio Leone
Lidia sola - Manuela Mandracchia
Lelio - Valentino Villa
Granello servo - Mario Cei
Eugenio, fratello simile di Lidia - Salvatore Palombi
Latanzio governatore - Luca Carboni
Notaio - Marco Mattiuzzo
Griffo - Mirko Soldano
Spirito mostruoso - Marco Mattiuzzo
Cruone - Nicola Orofino
Spirito - Francesca Fava

Regista Assistente:   Claudio Longhi
Consulenza tecnica:   Luciano Ferroni
Direttore di scena:   Rodolfo Santoni
Realizzazione allestimento tecnico:   Andrea Carletti, Paolo Cecchi



Prima rappresentazione
Corso Ercole I d'Este, Ferrara
6 luglio 2002

Foto / Bozzetti / Video


Rassegna Stampa

dal Patalogo 25 (Ubulibri, Milano, 2002) 

per gentile concessione dell'Associazione Ubu per Franco Quadri


Amor nello specchio (1662) di Giovan Battista Andreini è il settimo spettacolo di Luca Ronconi in questa stagione, il suo migliore. Si potrebbe pensare a un suo rapporto di intimità e di eccellenza con l'Andreini. Amor nello specchio lo aveva messo in scena vent'anni fa; e ci aveva fatto conoscere La centauro e Due commedie in commedia. Ma il punto non è Andreini. E il teatro barocco. Quando i contenuti si dileguano, quando la macchina scenica viene in primo piano, quando Ronconi è libero, egli dà 11 meglio di sé. (...) Come accade in Amor nello specchio. Per Ronconi questa commedia è un catalogo di aberrazioni. Pure, ciò che conta è che narcisismo, omosessualità, feticismo, ermafroditismo non sono che lo specchio di un movimento, ovvero di bizzarre simmetrie.
Franco Cordelli
«Corriere della Sera»
8 luglio 2002

Di reale, a ben vedere, qui c'è solo lo specchio, attorno al quale l'Andreini si diverte a inventare ogni sorta di contorta variazione sul tema, ivi compresa la comparsa alla ribalta di quella sorta di 'doppio' naturale che è il fratello uguale come un sosia. Incurante di esprimere qualunque giudizio sui comportamenti delle sue creature, egli bada soprattutto costruire un labirinto di ingannevoli parvenze, di illusioni e di miraggi, rinforzato in questo intento dall'intervento di un mago più o meno presunto, che in una lunga notte degli equivoci beffa i pretendenti delle due donne con vacui simulacri e spiriti vendicativi. Portando a fondo questa linea, che riprende e prosegue certe suggestioni del Candelaio, Ronconi celebra i cinquecento anni dell'arrivo a Ferrara di Lucrezia Borgia allestendo la vicenda nella più bella strada della città romagnola, corso Ercole I d'Este, proprio di fianco al Palazzo dei Diamanti, lastricandone il suolo di specchi per qualche decina di metri. Su questa gelida superficie metafisica, che si stende in lunghezza di fronte agli spettatori con effetto davvero folgorante, gli attori tracciano prospettive soprattutto mentali, entrando e uscendo attraverso una distanza che ha valenze sia geografiche che temporali.
Renato Palazzi
«delteatro.it »
10 luglio 2002

Questa fantasmagoria catottrica è stata esaltata da Luca Ronconi con geniale intuizione da land art, foderando di specchi 60 metri di strada prospiciente Il palazzo dei Diamanti di Ferrara (ma anche la genovese via Garibaldi si presterebbe), trasformandolo in prestigiosa quinta teatrale e moltiplicando e dilatando le azioni in ammalianti prospettive davvero barocche, senza nulla sottrarre agli intrecci sensuali e sessuali escogitati dall'Andreini.
Rita Cirio
«L'Espresso»
13 luglio 2002

Dunque, lungo la sua strada di specchi (con Florinda e Nina che escono dai portoni dei palazzi veri, le loro rispettive dimore), Ronconi fa accendere il senso delle geometrie viventi e delle corrispondenze interiori di uno spettacolo certamente ispirato. Poco difendibili gli intrecci minori, che tirano un po' giù l'attenzione ma che permettono di vedere all'opera un gruppo di giovani attori (allievi del regista) già robusti e duttili. Il lavoro della Melato è ancora una volta fonte di meraviglia e di scoperte: mirabile l'equilibrio tra nitore espressivo (ma la voce spesso è volutamente "sporca") ed estrazione rabdomantica dal fondo di una psiche femminile aggrovigliata e inguaribilmente malinconica, anche se non estranea a lampi ironici come Ronconi chiede.
Sergio Colomba
«Il Resto del Carlino»
9 luglio 2002

Non si tratta di dare scandalo, e neanche di approfondire dei personaggi tratti dal teatro per rimanere nel teatro, quanto di mettere a nudo con crudeltà divertita le infinite possibilità di trasformarsi della natura umana, coinvolgendo una storia personale per rovesciarla, dato che l'autore aveva per moglie una Florinda e per amante una Lidia. E neppure lui, Lelio per le scene, evita di figurare nello stuolo di pretendenti della dama bianca e di quella nera, che sgomita fremendo su questa strada di specchi, ricorrendo per la conquista a maghi imbroglioni e subendo infernali beffe in ritmi troppo ripetitivi: gioverebbe qualche alleggerimento dei 155 minuti di durata in una scenografia che, contrariamente agli usi del regista, non cambia mai.
Franco Quadri
«La Repubblica»
8 luglio 2002

Non è il migliore di Ronconi, quest’Andreini, nella sua poco sensata fedeltà al testo e nel compassato e scarso moto della regia. Un'operazione secondaria ed elegantemente superflua.
Goffredo Fofi
«Lo Straniero»
ottobre 2002