"Ero un attore che poi si è messo a fare il regista" ("Patalogo 28")

Le parole di Luca Ronconi


Certo è innegabile e, d'altra parte, non potrebbe essere altrimenti, che nel tempo i ruoli cambiano, e possono cambiare secondo una necessaria evoluzione o, come spesso accade, sotto la spinta delle mode. Si seguono modalità differenti: il primo caso è inevitabile e necessario, l'altro è probabilmente altrettanto necessario, ma passeggero; come sempre, quando i cambiamenti sono di moda, cambia la moda, quando invece si tratta di un'evoluzione, cambiano proprio gli elementi costitutivi. Io credo che poi, anche se ormai i fenomeni sono in apparenza generalizzati almeno in tutta l'Europa, ci sono comunque delle differenze quando si parla del ruolo del regista. Prima di tutto va detto che da noi il ruolo del regista non è quasi mai stato un ruolo; ci sono state delle figure di registi ma il ruolo del regista nel teatro italiano è sempre stato messo in discussione, non è mai stato accettato nel modo in cui lo è stato nei paesi di lingua tedesca, né si è mai affermato come in Russia, né è mai stato riconosciuto come è stato riconosciuto, e lo è tuttora, nei paesi anglosassoni. In Francia è un po' diverso, essendo il teatro francese, tra quelli europei, quello che è stato più soggetto alle influenze esterne; si sa benissimo che alla cultura francese piace accettare, assorbire, impadronirsi di qualcosa che arriva da fuori: così, per esempio, è indiscutibile che negli ultimi anni c'è stato un periodo in cui il teatro francese era molto influenzato dal teatro italiano, poi ha subito un periodo di germanofilia esasperante, più recentemente ha fatto di tutto per appassionarsi al teatro anglosassone... Nel teatro italiano, che è poi quello che conosco meglio, il ruolo del regista non è mai stato riconosciuto. Ci sono tre, quattro, cinque, sei figure che si sono autopromosse o riconosciute registi, ma di fatto, se si guarda alla nostra storia recente, questo ruolo o meglio questa funzione, viene attribuita vuoi al leader di un gruppo, vuoi a un attore, che diventa regista, vuoi a un autore che si fa regista delle proprie opere. Da noi è sempre stato così, si può dire che Eduardo De Filippo o Dario Fo o Marco Paolini o lo stesso Ascanio Celestini non sono anche registi? Lo sono. Indubbiamente, da noi un regista come storicamente è stato Mejerchol'd, non è mai esistito... E, per essere chiaro, io mi metto da parte, perché non saprei neppure tanto bene come considerarmi, ero un attore che poi si è messo a fare il regista, insomma non so. Ma intorno a noi, per esempio nei paesi di lingua tedesca, essendovi un teatro fortemente istituzionalizzato, cambieranno gli stili, cambieranno i modi di farlo, ma il ruolo e la funzione del regista probabilmente no, almeno finché non cambia l'assetto istituzionale. In effetti, se guardiamo la storia o anche le singole vicende dei registi tedeschi, vediamo che, negli anni, seguono quasi tutti la stessa parabola: molto spesso partono anarchici e finiscono accademici. Questa è un po' la sorte di tutti quanti, mi ci posso mettere in mezzo anch'io. Ma in Italia in particolare sono proprio le condizioni precarie in cui versa il teatro che tante volte spingono, grazie a Dio, i registi ai margini, e li obbligano a guardarsi intorno. Ecco, magari in altre culture teatrali più solide e più sicure questo non accade. Che poi un ruolo, e non parlo soltanto di quello del regista, non debba essere qualche cosa di impietrito nel tempo e rimanere sempre uguale a se stesso, tutto sommato è una benedizione. Dover fare i conti con i cambiamenti, con gli sconquassi che sorgono dai mutamenti e cercare di dare continuamente delle risposte a quello che ci succede intorno, per qualcuno è fonte di un lavoro, diciamo pure con un brutto aggettivo, artistico. Comunque, ritengo che i rischi, il disagio, la sofferenza del cambiamento sono anche una serie di stimoli necessari a evitare di mettere in movimento se stessi e, secondo me, questo è più pericoloso per un regista, ma naturalmente anche per un attore o per un drammaturgo. Quante esperienze viviamo, anche in teatro, di artisti che non riescono a superare i propri felici inizi e le prime felici esperienze adolescenziali? Questo può dipendere dal fatto che non ci si fa travolgere dalle mode oppure che non si sopportano le difficoltà e le ferite... Tornando al mio caso personale, so benissimo di essere un'anomalia, anche come regista lo sono sempre stato. Se c'c stato qualcuno sempre pronto a disconoscere quello che aveva appena fatto, anche se quello che aveva appena fatto era dal di fuori riconosciuto, sono proprio io. Questo non è solamente bizzarria o insofferenza, perché so che le cose cambiano e quello che posso fare è cercare di mantenere viva la curiosità per quello che succede intorno, per ciò che è necessario. Se, per esempio, in questo momento sono particolarmente interessato a quali possono essere le diverse ipotesi di drammaturgia contemporanea, e se ritengo che la drammaturgia contemporanea mi darà il coraggio di scavalcare il concetto di copione scritto per la scena, sarebbe qualcosa di cui forse venti o trentanni fa non avrei sentito l'esigenza, o se la sentivo potevo sentirla solo in prospettiva, pensando a quello che sarebbe successo. Quindi, anche se il cambiamento qualche volta rischia di travolgerci, non per questo io ritengo che questo cambiamento debba essere una calamità, anzi.
dal Patalogo 28